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Cinema e fotografia > > storia :.  


l'invenzione
di Lorenzo Calzeroni
Fotografia e cinema, cinema e fotografia: un binomio inscindibile, praticamente una tautologia. Ovviamente a cominciare dal fatto che la cinematografia è fotografia in movimento.
Per un secolo cinema e fotografia s'intrecciano in un percorso storico che assomiglia, come in tante esperienze di questo mondo, a un movimento circolare, per cui, nonostante tutte le innovazioni tecniche ed estetiche succedutesi in un secolo, partiti nell'ottocento dallo scatto fotografico per approdare al cinema, ritorniamo a fine millennio allo stesso scatto fotografico.
Storicamente la data di nascita del cinema è il 28 dicembre 1895, giorno in cui i fratelli Lumière fecero la prima proiezione pubblica. Sarebbe però corretto pensarla più come la data celebrativa dello "spettacolo cinematografico", dato che il cinema affonda le sue radici in esperienze ed esperimenti antecedenti: a cominciare dall'invenzione nel 1826 ad opera di John Ayrton Paris del taumatropio.


Esempi di taumatropi

Questa invenzione semplicissima, un disco di cartone con disegni simili da ambo i lati fatto ruotare velocemente tramite una corda, apriva l'esplorazione dell'illusione del movimento di figure statiche, trovando poi la sua massima espressione nel cinetoscopio di Thomas Alva Edison (1894). Parallelamente nel corso dell'ottocento si perfeziona la tecnica fotografica, la scrittura con la luce, a cominciare dalla prima "fotografia" ufficiale della storia: datata 1826 e opera di Nicéphore Niepce.


La "prima fotografia", 1826 di Nicéphore Niepce da una finestra, dello studio della casa di Gras - presso Chalon-sur-Saone

Se inizialmente abbiamo parlato di intreccio e di circolarità, con una piccola forzatura ciò sembrerebbe già evidente se ci si soffermasse su una coincidenza: sono del 1826 entrambe le invenzioni più salienti che determinano il punto di partenza dei due filoni di ricerca che daranno vita al cinema, inteso appunto come sintesi tra la realizzazione di immagini del reale e la capacità di riprodurne il movimento.
Ma questa è "solo" un'inezia se rapportata alla curiosità davvero particolare di cui si accennava al principio: il ritorno dopo un secolo di cinema alla fotografia. E' davvero singolare scoprire che un secolo dopo la prima proiezione, un film dei fratelli Wachowski, Matrix (USA, 1999), attingendo da alcune recenti sperimentazioni, rilancia le potenzialità espressivo/spettacolari del cinema ritornando proprio al singolo scatto fotografico. Come spettatori siamo tutti rimasti impressionati dal congelamento delle funamboliche evoluzioni di Neo e soci e dal muoverci intorno ad esse.


Scena di combattimento in Matrix

L'idea è quella di esplorare lo spazio nel singolo istante. A un secolo di distanza assistiamo a un salto di logica: si passa dalla fotografia in movimento al movimento nella fotografia. Ovviamente questa espressione artistica ben si adatta alla filosofia del film. Se il mondo reale è solo un'illusione, ogni sua caratteristica, anche se convenzionalmente considerata indipendente, in ultimo è una variabile dipendente, dunque modificabile e rappresentabile in forme diverse. In tal senso il tempo può ridursi a zero; la dimensione del tempo, come quella dello spazio, può essere moltiplicata all'infinito, nonchè percorsa come più ci aggrada. E' questo aspetto filosofico a rendere ancor più emozionante questo spettacolare effetto speciale. Certamente la fisica del XIX secolo, all'interno delle sue rappresentazioni matematiche della realtà, come anche la psicologia, avevano già avviato questa rivoluzione logica, altrettanto vero è però che la scoperta di poterla "vivere" almeno attraverso uno dei sensi umani, la vista, ne offre una divulgazione di notevole impatto. Sicuramente Matrix non è il primo film ha richiamare questi concetti e probabilmente non è quello che ne approfondisce la portata intellettuale; né è il primo in assoluto ad utilizzare una tecnica di "congelamento" della dimensione temporale. L'anno scorso a Marienbad (Francia, 1961), pellicola di Alain Resnais e Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1961, già descrive un tempo mentale che costringe al presente il succedersi del tempo reale. In questo racconto tutto interno a una coscienza, il tempo psicologico, soggettivo, domina il tempo cronologico, oggettivo; il passato trascolora in un eterno presente. Nel film di Resnais questa destrutturazione spazio-temporale, quasi un incontro tra fenomenologia e cinema, comincia fin dalla sceneggiatura, ma trova la sua valorizzazione espressiva proprio in alcune messinscene tra cui le sequenze in cui i personaggi rimangono immobili, come congelati nelle loro posizioni. Matrix dunque non racconta qualcosa di assolutamente nuovo, è vero però che utilizza per la prima volta in un media di massa una tecnica "nuova", in cui si esprime con tutta la sua potenzialità evocativa la sospensione dell'attimo. Con Resnais sono gli attori nel loro immobilismo a raccontare l'arrestarsi di un tempo, in Matrix sono la tecnica di ripresa e il montaggio a creare la sospensione/esplorazione dell'attimo. E' evidente che ciò significa poter descrivere l'istante liberamente e senza vincoli, in una continuità di movimento dello sguardo.
Senza nulla togliere all'affermarsi nella produzione d'immagini delle tecniche digitali, uno degli aspetti più stupefacenti è che questo effetto speciale cinematografico era già potenzialmente insito nella tecnica cine/fotografica fin dagli inizi. E' altrettanto vero che il 3D ha aperto una nuova idea di rappresentazione e che le capacità produttive di oggi rendono più semplice l'elaborazione di queste sequenze filmiche, ma rimane assolutamente certo che si sarebbero potute realizzare già per quella prima proiezione organizzata dai fratelli Lumière. Anzi così in realtà è stato!
Uno dei padri del cinematografo, il primo personaggio che utilizza il supporto fotografico cronologicamente (cronofotografia), è l'anglo-americano Eadweard J. Muybridge, attivo nella seconda metà dell'Ottocento. Egli, grazie ai finanziamenti dell'imprenditore politico Lelan Stanford, intraprende una ricerca per catturare i singoli istanti della corsa di un cavallo, invisibili all'occhio umano. Ne uscirà un compendio sul moto di alcuni esseri viventi, tra cui l'uomo, che rappresentano le prime sequenze "cinematografiche". In realtà queste sequenze sono composte da singole fotografie scattate cronologicamente, a infinitesima distanza di tempo l'una dall'altra.


Cronofotografie.

Questa tecnica, perfezionata poco dopo (1884) da Etienne-Jules Marey, prevede l'utilizzo di una serie di macchine fotografiche poste l'una accanto all'altra in linea retta e puntate ortogonalmente al soggetto, che si muove lungo una linea parallela alla fila degli obiettivi. Le macchine fotografiche iniziano a scattare in ordine una dopo l'altra seguendo l'avanzare del soggetto.


Studio di Muybridge a Palo Alto

Ma questa è praticamente la descrizione del sistema di ripresa che ha messo a punto nel corso degli anni '80 e '90 del secolo scorso l'americano Dayton Taylor e approdato nel 1994 nella creazione della camera flessibile da 60 lenti, oggi conservata nel Smithsonian National Museum of American History. La differenza sostanziale tra questo tipo di sistema, denominato Virtual Camera Movement, e quello di Muybridge, è sostanzialmente nel fatto che le macchine fotografiche del primo scattano simultaneamente e non più in sequenza.


Progetto di disposizione del Virtual Camera Movement

Dunque le macchine fotografiche di Taylor riprendono lo stesso attimo ma da punti di vista diversi e concatenati tra loro, che nel montaggio cinematografico verranno a comporre l'illusione di spostarsi all'interno della realtà imprigionata nell'istante. Avremo dunque uno sdoppiamento temporale: se il tempo della realtà ripresa è fissato nell'attimo, il movimento simulato dell'obiettivo di ripresa (Virtual Camera Movement) ci restituisce lo scorrere del tempo della visione. La lunga fila snodata di obiettivi può essere disposta dal cerchio alla linea retta offrendo la possibilità di elaborare diverse "carrellate"/percorsi lungo il medesimo istante.
Questo procedimento brevettato in una vero e proprio sistema di ripresa denominato Timetrack è l'evoluzione di una serie di esperimenti. Agli inizi degli anni '80 del '900 Taylor scattava con due macchine fotografiche contemporaneamente, ma da due punti di vista diversi, ed era interessato al loro accostamento.


Primi scatti di Dayton Taylor

Poi, influenzato dai lavori a passo uno della Industrial Light and Magic per il film Indiana Jones e il tempio maledetto (USA, 1984) di S. Spielberg e soprattutto dal cortometraggio La Jetee di Chris Marker (Francia, 1962), costituito da una storia raccontata per fotografie e voce narrante, la cui sceneggiatura ruota intorno a una spirale tra passato-presente-futuro-passato che produce un paradosso temporale - che tra l'altro ha ispirato L'esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (USA, 1995) - Taylor pensa di poter andare oltre l'accostamento di due fotografie.



Es. sequenza di virtual camera movement

Ipotizza perciò di poter ricostruire un vero e proprio percorso tra le due foto con tutta una serie di scatti simultanei e talmente prossimi nello spazio da comporre in montaggio una vera e propria sequenza cinematografica. Già nel 1986, ancora studente, realizza un cortometraggio Love's Choice, in cui per la prima volta cerca di applicare questa tecnica.
Il filmato oggi è conservato presso il MoMA di New York.
Il resto è storia recente. Attraverso varie sperimentazioni artistiche (video-arte, video clip), commerciali (spot) e l'affinamento del brevetto Timetrack (a cominciare dal 1992), il "nuovo" effetto speciale trova la sua consacrazione in Matrix.
Poco prima si affermava che questo effetto speciale era già insito nei lavori di Eadweard J. Muybridge e che con un po' di fantasia i pionieri del cinema, se non fossero stati così concentrati sulla rappresentazione del movimento, avrebbero potuto già realizzarlo. Invece abbiamo dovuto aspettare un secolo.
Almeno se non consideriamo una speciale fotografia di Muybridge. Con il suo cronofotografo si è cimentato nel restituirci uno sguardo totale su tutto l'orizzonte; per una volta le sue macchine fotografiche hanno scattato simultaneamente. L'accostamento dei vari scatti compone un'unica fotografia panoramica a 360° di San Francisco. Ancora oggi i nostri occhi possono scorrere lungo il panorama della città, fissato per sempre in un istante del 1878.
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