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Giulia Iacolutti

Giulia Iacolutti, foto di Valentino Bellini

Desidero trasformare l’oggetto d’arte in luogo di dialogo e di scoperta dell’altr* e del sé, perseguendo la poesia e convertendo i progetti visivi in esperienza e discorso critico

– Giulia Iacolutti

Giulia Iacolutti (1985) fotografa e artista visiva, dopo la laurea magistrale in Economia dell’Arte, studia fotografia e video presso l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Nel 2014 si trasferisce in Messico dove si diploma in Foto Narrativa e Nuovi Media presso la Fondazione Pedro Meyer, e lavora fino al 2018.

Negli ultimi anni si è dedicata principalmente ai suoi progetti personali e lavori di arte relazionale, esplorando temi di natura socio-politica relazionati alle lotte di resistenza identitaria. Oltre alla fotografia si avvale di differenti linguaggi (ricamo, disegno, testo, audio e video) che favoriscono la comprensione del tema attraverso vari livelli percettivi.

Il suo lavoro è stato esposto in Argentina, Bolivia, Colombia, Italia, Lituania, Messico, Spagna, Stati Uniti e Svizzera e ha pubblicato su testate nazionali e internazionali tra cui National Geographic, La Repubblica, L’Espresso, Vice e Gatopardo. È stata nominata al Joop Swart Masterclass 2016/2017, al Foam Paul Huf Award 2018 e nel 2019 ha vinto il premio FVG Fotografia del Craf di Spilimbergo. Ha pubblicato con the(M) éditions e studiofaganel il suo primo libro, Casa Azul, sulla storia di vita di cinque donne trans detenute in un carcere maschile di Città del Messico. Casa Azul ha vinto nel 2020 il premio Marco Bastianelli, miglior libro d’artista.

Casa Azul è un’indagine socio-visiva sulle storie di vita di cinque donne trans imprigionate in uno dei penitenziari maschili di Città del Messico. L’opera richiama i processi di costruzione identitaria e le pratiche corporali di persone i cui corpi sono considerati doppiamente abietti sia per la loro identità sia per la condizione d’isolamento.
Le donne, come tutti i detenuti del penitenziario, sono obbligate a indossare abiti di colore blu e nominano la prigione “la casa blu”, alludendo anche alla costrizione provata nelle loro corporature. 
L’opera invita a una riflessione sul binario e sull’eterna lotta che queste persone devono affrontare per essere quello che sono: donne.

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