Luigi Ghirri, fotografo – di Giulia Zorzi

Luigi Ghirri, fotografo – di Giulia Zorzi

You need something to open up a new door
To show you something you seen before
But overlooked a hundred times or more
– Bob Dylan, Last Thoughts On Woody Guthrie

Sembra racchiusa in questi versi la poetica di Luigi Ghirri, in un invito a pulire gli occhi da ogni incrostazione per guardare la banalità della realtà così come appare eppure come se fosse la prima volta, con un sentimento di stupore e meraviglia. E’ l’incanto di chi guarda con gli occhi dell’immaginazione, e così facendo, consegna il quotidiano all’eternità.

Luigi Ghirri nasce nel 1943 a Scandiano, una cittadina del centro-nord Italia.  Nel 1960 è già nella vicina (ma più grande e vivace) Modena, dove frequenta il gruppo degli artisti concettuali. E’ appassionato di musica e cinema e avido lettore. Nel decennio che segue impara a conoscere la fotografia e apprezza soprattutto autori quali Eugène Atget, Walker Evans, August Sander, Lee Friedlander, William Eggleston. Nel 1970 inizia a scattare le prime fotografie e da subito anche a scrivere: i suoi scritti sono numerosissimi e lo rendono una figura unica nel panorama della fotografia per la qualità e quantità dei saggi, in un ragionamento progressivo che lo aiuta, proprio attraverso la scrittura, a mettere a fuoco il pensiero. 

‘Modena’, 1973 (The Map and The Territory) C-print, printed 1979,
18.6 × 28.3 cm CSAC, Università di Parma. Courtesy of MACK

Racconta che il punto di partenza fu l’emozione provata guardando la prima fotografia della terra scattata dalla luna. In un’immagine era compresa la globalità del mondo: una duplicazione totale che comprendeva tutte le immagini. Era il 1969 e quella fotografia era una versione complementare della luna vista riversa nei pozzi della campagna in cui era cresciuto. Si capisce perché il Castello di Fontanellato, fortezza trecentesca nei pressi di Parma, rappresentasse per Ghirri un luogo di culto: al suo interno, infatti, si trova una Camera Ottica, costruita alla fine dell’ottocento dall’ultimo conte Giovanni Sanvitale, ingegnere con vocazione di fotografo. Una sorta di camera oscura in cui attraverso un foro si riflettono invertite le immagini della piazza. “Come se, miniaturizzati, potessimo per incanto entrare in una macchina fotografica”.

Torna l’incanto. Il mondo che ci presenta è a colori, inizialmente pop e poi desaturati, perché, come scrive sempre Ghirri “il mondo reale non è in bianco e nero”.  In una celebre mostra ospitata al MoMA nel 1978 – Mirrors and Windows –  il curatore John Szarowski divide i fotografi in due categorie: chi intende le immagini come specchio di sé e chi come finestra attraverso cui conoscere il mondo. Ghirri ha sempre optato per la seconda declinazione, ma senza alcuna ambizione di verità: a lui interessa l’infinita diversità, ogni immagine è un frammento che rimanda a un altro frammento, cambia prospettiva, guarda e fotografa per capire meglio in un processo in cui occhi e mente sono collegati.
La forza risiede nell’incompletezza, in quello che resta fuori dall’inquadratura, nell’immaginazione. La fotografia è il mondo che guarda il mondo, ritornano spesso finestre, porte e cancelli, persone di spalle che guardano qualcosa, specchi che riflettono la realtà.

‘L’Île-Rousse’, 1976 (Kodachrome, 1970-1978) C-print, new print, 20 × 30.2 cm,
Bibliothèque nationale de France, Paris. Courtesy of MACK

In vita Ghirri ha successo ma non conosce mai né fama, né ricchezza.  Dal 1972, anno della prima mostra nella hall del Canalgrande Hotel di Modena, alla sua prematura morte nel 1992, fa tantissime cose. Qui ne ricordiamo alcune.  
Nel 1974 abbandona definitivamente l’occupazione da geometra e si dedica a Infinito, una documentazione del cielo in 365 fotografie, una al giorno. Una sorta di esercizio quotidiano ispirato a un racconto di Plinio il Vecchio in cui narra di come Apelle si esercitasse nella pittura tutti i giorni. E’ la semplicità del gesto quotidiano. Poteva forse Ghirri non fotografare il cielo, da cui tutto aveva avuto inizio?

Nello stesso anno realizza Paesaggi di Cartone in cui isola e decontestualizza immagini pubblicitarie. Il risultato è un’indagine spiazzante all’interno del media stesso. Paesaggi di Cartone è anche una mostra presso Il Diaframma, la prima galleria privata dedicata esclusivamente alla fotografia nella storia, fondata nel 1967 in Italia, a Milano, da Lanfranco Colombo.  Nel marzo 1975 un prezioso album rilegato a mano contenente 111 fotografie di Paesaggi di Cartone viene regalato dal critico d’arte Arturo Carlo Quintavalle a John Szarkowski, direttore del dipartimento di fotografia del MoMA, dov’è conservato tutt’oggi, insieme ad altre opere acquisite successivamente.

‘Modena’ 1971 (The Map and The Territory) C-print 22.4 × 15.1 cm,
eredi di Luigi Ghirri. Courtesy of MACK

Nel frattempo Ghirri sviluppa e definisce l’approccio fotografico al paesaggio italiano. In Niente di antico sotto il sole, raccolta di testi scritti tra il 1973 e il 1991 (pubblicata per la prima volta nel 1997 e poi di nuovo nel 2021), scrive sempre Ghirri: Giordano Bruno dice che le immagini «sono enigmi che si risolvono col cuore». A chi mi chiede a volte che cosa sia la fotografia rispondo con questa frase perché, tra le possibili risposte anche pertinenti, ma comunque sempre un po’ parziali e restrittive, questa mi pare che sia, nella sostanza, la più vicina a quello che penso

Di questi anni è un corpo di lavoro dedicato all’Italia in Miniatura, parco tematico  situato nelle vicinanze di Rimini e nato dal genio di Ivo Rambaldi. Alla base è un  paradosso: sia la fotografia che i modelli sono una riduzione in scala, e questo confonde la percezione della realtà. Il lavoro si chiama, appunto, In Scala, e consente a Ghirri di affrontare anche altri temi a lui cari: l’uomo nel paesaggio, il consumo della realtà turisticizzata e la comparsa di una natura artificiale.

Nel 1977, in collaborazione con la moglie Paola Borgonzoni e il fotografo Giovanni Chiaramonte fonda la casa editrice Punto e Virgola con l’intento di sviluppare un catalogo editoriale incentrato interamente sulla nascente scena della fotografia artistica italiana. L’anno successivo Ghirri pubblica la sua prima monografia, Kodachrome, raccolta di immagini viste camminando, guardando alla realtà e contemporaneamente pensandola (diceva Gianni Celati: mi piace camminare, si va a vanvera). Nel libro non fu pubblicata l’ultima fotografia della serie, dove si legge, su un giornale accartocciato a terra, il significativo titolo ‘Come pensare per immagini’. Il testo, questa volta, è chiaramente dentro la fotografia.  Sul retro della copertina a quadretti del libro  (in fondo era un geometra) sono annunciati ben otto titoli. La casa editrice purtroppo fallisce presto ma ciò che è stato pubblicato resta a testimonianza del ruolo di Ghirri nel panorama fotografico e culturale italiano –  insieme a Borgonzoni e soprattutto Chiaramonte, che poi prosegue nell’impresa editoriale.

‘Bastìa’, 1976 (Kodachrome, 1970-1978) C-Print, printed 1979, 13.8 x 27.2 cm.
CSAC, Università di Parma. Courtesy of MACK

Passa un altro anno e arriva una mostra importante presso l’Università di Parma, dove presenta tutti i lavori realizzati fino a quel momento. Nel volume pubblicato per l’occasione, Ghirri scrive un testo per ogni sezione, facendo il punto della propria pratica fotografica e della propria poetica, a conferma dell’importanza della parola scritta nel suo lavoro. Incontra Gianni Celati, fondamentale compagno di viaggio e caro amico, così come Lucio Dalla, per il quale realizza una serie di copertine dei dischi. Anche se – è necessario precisarlo –  la sua più grande passione musicale restò per tutta la vita Bob Dylan. Una foto del 1991 lo ritrae in piedi, sorridente, sulla porta della casa di Roncocesi, sotto una grande scritta che recita ‘DYLAN FOREVER’. 

La mostra Viaggio in Italia, presentata a Bari nel 1984 (firmata insieme a Enzo Velati e Gianni Leone), è un’operazione culturale che non ha precedenti e segna un passaggio fondamentale della storia della fotografia di paesaggio italiano: Ghirri riunisce venti fotografi per una rappresentazione del paese attraverso un linguaggio fotografico nuovo, al contempo intellettuale e affettivo, rigettando una visione dell’Italia stereotipata.
Il catalogo sembra un libro di scuola, con la cartina dell’Italia stampata sulla copertina. Sul risguardo è scritto: Viaggio in Italia nasce dalla necessità di compiere un viaggio nel nuovo della fotografia italiana e, in particolare, per vedere come una generazione di fotografi, lasciato da parte il mito dei viaggi esotici, del reportage sensazionale, dell’analisi formalistica, e della creatività presunta e forzata ha invece rivolto lo sguardo sulla realtà e sul paesaggio che ci sta intorno.
Tra gli autori anche Guido Guidi e Gabriele Basilico; Cuchi White è – segno dei tempi – l’unica presenza femminile. 

Il successo della mostra lo convince, nel 1986, a proporre al Comune di Reggio Emilia un progetto a più voci di documentazione della Via Emilia, antica strada di origine Romana, intrecciando fotografia e scrittura con una serie di ricerche. Per l’occasione escono due volumi: uno di sole immagini e l’altro di testi scritti da diversi autori, tra cui Italo Calvino.

‘Brest’, 1972 (The Map and The Territory) C-print, printed 1979, 21 × 28.5 cm
CSAC, Università di Parma. Courtesy of MACK

In quegli stessi anni, Ghirri si dedica sempre con maggior successo a progetti  di commissione, sia da parte di aziende private che di enti pubblici. Il Ministero della Cultura francese lo incarica di fotografare la reggia e i giardini di Versailles, la rivista Lotus international gli affida la lettura fotografica del cimitero S. Cataldo di Modena, opera dell’architetto Aldo Rossi – che inizialmente non ne fu per niente entusiasta e sosteneva che in America, di foto così, ne aveva già viste.

Pubblica altri due volumi sul suo amato paesaggio italiano. Nel frattempo si è da poco trasferito a Roncocesi, vicino a Reggio Emilia, dove ha trovato la casa dei suoi sogni, una di quelle con tante finestre. Pare che di notte, a volte, accendesse tutte le luci per poi uscire e guardarla soddisfatto da fuori. 
Roncocesi è anche il titolo di una delle sue ultime fotografie, scattata nel gennaio del 1992. Mostra un fossato in mezzo a un campo immerso nella nebbia. Laddove la realtà è cancellata, ci invita all’immaginazione. Per dirla con le sue stesse parole, “Questo duplice aspetto di rappresentare e cancellare non tende soltanto a evocare l’assenza dei limiti, escludendo ogni idea di completezza o di finito, ma ci indica qualcosa che non può essere delimitato, e cioè il reale”.

Qui, a Roncocesi, nella sua amata provincia emiliana, Ghirri si spegne improvvisamente e prematuramente il 14 febbraio 1992.

La sua produzione, raccolta in molte pubblicazioni spesso rare e preziose, è stata in parte resa nuovamente disponibile grazie all’intervento dall’editore inglese MACK.

da Micamera abbiamo diversi titoli, bisogna scrivere ‘Luigi Ghirri’ nella ricerca e prendersi del tempo…