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Putting Myself in The Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography – Jo Spence

Putting Myself in The Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography – Jo Spence

Camden Press, 1986
Copertina flessibile, 23 x 17 cm
220 pagine, fotografie b/n
Lingua inglese

Condizioni perfette

Ponendo al centro del suo lavoro questo fatto ancora oggi sconvolgente di essere autrice, donna, dotata di un corpo che, in quanto femminile, è problematico, Spence si erge in piena contraddizione all’approccio intrinseco alla storia della fotografia, che spesso cataloga i fotografi isolandoli dal loro contesto culturale e politico, assumendo che per la maggior parte del tempo lavorino soli, chiusi nei loro studioli, circondati da un mitico alone di creatività. Il suo lavoro non è lineare, non può essere posto su una linea del tempo, non prova interesse nella catalogazione, è intrecciato, sporco, chiaro simbolo dei cambiamenti di pensiero che hanno caratterizzato l’autrice, come qualsiasi altro essere umano, durante il corso della sua vita

Anche chiamare la sua battaglia contro un tumore al seno “fototerapia” è riduttivo: Spence si serve della sua macchina fotografica come strumento per documentare il decorso della malattia, per restare attaccata alla vita, ma sopratutto per sovvertire coraggiosamente la nozione di un’ideale corporeità femminile. Jo Spence ingaggia una battaglia don chisciottiana (o forse no) all’interno della sua pratica artistica, criticando apertamente le istituzioni, sanitarie e non, e i sistemi che si arrogano il diritto di prendere decisioni per conto degli altri, e di rappresentare gli individui come più preferiscono.

Quello di Jo Spence si potrebbe definire un studio, durato un’intera vita, su come la fotografia operi nella costruzione dell’età, della classe sociale, e dell’identità basata sul genere. La domanda costante, che la accompagnerà costantemente nella sua pratica, sarà: come possono gli individui, di qualsiasi età, genere, sesso, usare la fotografia per autorappresentarsi e, soprattutto, per prendere il controllo delle proprie narrazioni visuali?

Spence, che non credo amerebbe essere definita femminista, come credo non amerebbe essere definita in generale, nella sua pratica trova il coraggio di dare una forma nuova ad un corpo problematicizzato come storicamente è quello femminile, minando l’efficacia dell’immaginario dominante e monolitico che circonda la donna e mettendo insieme un ritratto dolorosamente onesto di se stessa, sfaccettato e composto da molti sè.

Che cos’è quindi, la produzione di Jo Spence? Arte? Attivismo? Terapia?
Rispondendo a una domanda durante un’intervista, Spence, beffarda, ci ha restituito tutto il nostro inutile desiderio di trovare una categoria in qualcosa che è semplicemente umano, dicendo: “Qualcuno come me vaga senza categoria, In un certo senso, non voglio una categoria. Mi piace essere un bersaglio mobile, sento che sopravviverò più a lungo”.

E’ proprio con questo schiaffeggiare un mondo artistico-intellettuale che desidera ancora una volta ingabbiarla, Spence ricorda, oserei dire soprattutto a noi donne, che non c’è efficacia creativa più grande che partire dal personale e dall’autobiografico, dall’esperienza incarnata nella vita di tutti giorni e nella nostra umana e potentissima incapacità di fare i conti con essa.

Informazioni aggiuntive

Peso 1 kg
Isbn

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